Caro Pellegrino #02

Ho trascorso ore a esplorare punti panoramici incontaminati, in cui a padroneggiare è una Signoria di meraviglie che scalda il cuore di lenta serenità. Ho visto sorgere il sole dal piazzale del Bosco Favino, sforzandomi di non perder alcuna sfumatura di questa simbiosi particolarissima, declinata dal Cosmo attraverso il dialogo che dalla notte dei tempi cielo e terra sono capaci di intrattenere. Visioni cromatiche armonizzate da intervalli faunistici silenziosi, che dipingono rappresentazioni capaci di mettere in sordina ansie e perplessità individuali. Bevuta la mia tazza calda che bolle un infuso di erbe officinali, mi incammino con la Guida sul Sentiero delle due Vette indicato dal CAI, inerpicandomi sul costone di una Faggeta che sembra ci stia aspettando per darci il benvenuto. In un’ora e mezza circa, il manto boschivo lascia il posto alle cime del Monte Alpi, regalandoci quell’immensità naturale che gli impressionisti tentavano di dipingere e il romanticismo inglese di narrare. Siamo a 1902 metri sul livello del mare, nel Parco Nazionale del Pollino, Patrimonio dell’Unesco. Mi sento coinvolta in un ampio abbraccio montuoso che indirizza il mio sguardo sul Sinni, sull’Agri e mi disorienta, affidandomi una bellezza ineffabile. Restiamo in silenzio per regalarci la pausa di quell’orizzonte, prima di riscendere tra gli eleganti tronchi dei faggi, esplorando a piedi nudi il morbido fruscio del foliage di questo cantuccio naturalistico. Coccolata da saette luminose che oltrepassano il fitto manto che mi sovrasta, ci incamminiamo sul sentiero del Belvedere, per ammirare la parete del pino loricato, pianta secolare che nella sua caparbia ospitalità decora di pregio questo dosso panoramico. Una base circolare a cui accediamo tracciando coi passi staccionate longitudinali che sembrano accompagnarci, concedendoci il tempo di cui abbiamo bisogno per accogliere dentro di noi le rappresentazioni che la natura ha voluto predisporre per il suo equilibrio. Credo che non possa esistere raffigurazione più fedele del sublime, tramite questi frame emotivi in cui la libertà assoluta si affida all’indefinito, slanciandoci in un vortice di possibilità che tiene insieme la nostra forza e insieme la nostra debolezza. Il giorno successivo, noleggio l’attrezzatura e prenoto un’attività di torrentismo. Attraverso il Racanello, corrente d’acqua appartata tra due slanci frontali montuosi che creano dimensioni suggestive nel sottofondo delle loro pendici. Un’immersione che sembra quasi l’ingresso in una fonte battesimale, un’iniziazione alle risorse di questo territorio senza il peso della quotidianità che la mia agenda tenta di disciplinare. Tasto il suolo roccioso, tentando il percorso in equilibrio tra l’agilità e la scoperta. Intanto l’acqua scivola sul mio corpo e mi avvolge di adrenalinica spensieratezza. Nel primo pomeriggio, mi regalo una passeggiata a cavallo per ripensare al valore dei passi che ho tracciato intorno alla mia anima. Mi sento felice, piena di vita, col vento che mi accarezza il viso, scompigliando le pose ordinate delle acconciature ben fatte. Con l’eleganza della criniera che mi supporta, approdo a connessioni di senso, protetta da campi di castagneti lungo il tragitto. La mia organizzata odissea castellana, continua a una rinnovata alba con l’esplorazione del Monte Raparo, un massiccio di 1766 metri sul livello del mare che appartiene al Parco Nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese. Scrigno di ampi pascoli e episodi briganteschi leggendari, risaliamo per un irto percorso, fino a intravedere i contorni del mare dello Ionio che si confondono con le tinte fioche del cielo terso. Una risalita che zigzaghiamo come a voler sperimentare il nostro percorso, vergine e poco battuto, che ci permetterà di godere dello strato montuoso solo accennato a valle. Uno sfondo che sfuma le avversità, i tracci scoscesi, offrendo all’occhio solo la dolcezza di quest’antologia naturale.
Terminiamo la nostra ascesa purgatoriale, come per le anime dantesche sospese tra divina emancipazione e dannazione eterna, approdando tra cime che sembrano ospitare gli spartani paesaggi dei nuraghi sardi. Una terra così morbida e così aspra allo stesso tempo, così profumata e resistente, da cui mi congedo per qualche giorno. Decido di concludere la mia esperienza sportiva compiuta attraverso la Cooperativa Castrum 2019, noleggiando una mountain bike, pedalando le infrastrutture viarie di Castelsaraceno per avventurandomi in esplorazione verso i territori limitrofi. Abbraccio i soci della cooperativa, con la generosità con cui ho accolto tra le braccia i Faggi in quell’alba così numinosa, all’ombra della parete attrezzata dell’Armizzone, dove insieme abbiamo praticato l’arrampicata sportiva. Mi tornano in mente le mani che mi hanno aiutato a rialzarmi negli inciampi delle mie esplorazioni e il loro entusiasmo nel donarmi le risorse di questa terra. Riparto con un bagaglio carico di leggerezza, con il pensiero di ritornare, per vivere la mia prossima esperienza nel #PaeseDeiDueParchi e condividerne la gioia con te!

Domenico Candia